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Servire la vita, non servirsi della vita

commento di Gv 12, 24-26, a cura di

Foto di Ilaria Zipponi

Prendi, Signore, e ricevi
tutta la mia libertà,
la mia memoria,
la mia intelligenza
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e possiedo;
tu me lo hai dato,
a te, Signore, lo ridono.

Ignazio di Loyola

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Gv 12, 24-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».


Mi lascio ispirare

Un chicco di grano da solo in terra si secca, rimane lì, fermo, solo, senza possibilità, senza scopo. Se invece il chicco si lascia andare alla terra, morendo, produce molto frutto.

Gesù usa questa metafora per parlare anche della nostra vita. Se “amiamo” la nostra vita, cioè se ci attacchiamo ad essa in modo viscerale, ossessivo e possessivo, mossi dalla paura, finiamo per avere paura di perderla. Ed è proprio così che la perdiamo. Se invece “odiamo” la nostra vita, cioè riusciamo a viverla con quella sana indifferenza che può nascere dalla libertà interiore, possiamo accoglierla, custodirla e con-vivere con essa senza possederla. Possiamo servirla, e non servirci di essa.

“Odiando” la nostra vita non abbiamo più paura di perderla, perché proprio questo è il suo compimento più alto. “Odiando” la nostra vita, riconosciamo che non ci appartiene. Sappiamo nel profondo che non è nostra, che in questa esistenza non c’è nulla di veramente nostro: non la scelta di venire al mondo, non il tempo che ci è dato, non le nostre abilità fisiche, intellettive o emotive, non le nostre capacità, non la salute e, alla fine, nemmeno i beni materiali.

Questa la chiave: è donandosi, donando il proprio tempo, le proprie energie, le proprie abilità, le proprie capacità e i propri beni, che ci si appropria davvero della vita, ormai non più “propria”. È lasciando quel poco che si ha – che si crede di avere – che si guadagna tutto. È morendo a se stessi che vive.

Prendi dunque, Signore, la mia vita, che non è mia. Donami la libertà di lasciare quello che ho, che mi è dato, per seguirti, per essere dove sei tu e, così, rendere onore al Padre.

Ilaria Zipponi


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

A che cosa sono più attaccata/o nella mia vita? C'è qualcosa (il tempo, i progetti, le capacità, i beni, le relazioni, l'immagine di me stesso...) che vivo come se fosse "mio" e che mi fa paura perdere?

Cosa cambierebbe nelle mie scelte quotidiane se credessi davvero che nulla mi appartiene e che tutto mi è stato donato?

In quali ambiti/situazioni della vita sono chiamata/o a lasciarmi andare, a donare tempo, energie o talenti, invece che trattenerli per me?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

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