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Ferite risorte

commento di Gv 20,24-29, a cura di

Foto di Serrah Galos su Unsplash

C’è un prezzo da pagare
per spiare le mie cicatrici,
c’è un prezzo, per auscultare
il mio cuore – eh sì, batte.

Sylvia Plath, Lady Lazarus

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Gv 20,24-29)

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».


Mi lascio ispirare

Le storie a cui crediamo sono il riflesso del nostro passato e del nostro ambiente. Se il nostro animo è appesantito dalla volontà di non sperare troppo, di essere prudenti per non essere delusi, anche la migliore delle buone notizie cadrà nella categoria dei sogni impossibili, e chi ci crede sarà un traditore della nostra cinica tranquillità che tanto abbiamo faticato a raggiungere. Ognuno di noi ha imparato il meccanismo mentale del non aspettarsi nulla di bello, così – se succede – sarà una bella sorpresa, e se non succede nessuno resterà ferito.

Ed è vero: il rischio della speranza è essere sempre vulnerabili alla delusione, che non è che un tradimento delle aspettative, quelle che avevamo sul mondo, sugli amici, su noi stessi. Ma il rischio di non sperare è forse peggiore. È il rischio di credere solo ai nostri occhi, alle nostre mani, ed escludere gli occhi e le mani degli altri; è rigettare la cura che mi hanno sempre dimostrato, l’amore che forse penso di non meritare, la sofferenza che abbiamo trascorso insieme. Li vedo come potenziali portatori di sofferenza e le ferite che importano diventano solo le mie.

Forse anche per questo il Signore sta in mezzo, per sanare una frattura, per ricordarci che siamo tutti Uno in Lui. Le sue ferite sono vicine, sono tangibili come le mie, ma sono ferite risorte, perché lui non si è tirato indietro di fronte alla speranza, ha amato oltre la delusione delle aspettative, non si è protetto e, alla fine, è andato oltre. Attraversare la sofferenza significa anche questo: superare la paura del dolore, e avere il coraggio di risorgere e tornare dai propri amici anche insieme alle ferite.

Gloria Ruvolo


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

Quale progetto futuro stai evitando perché "troppo bello per essere vero"?

Quale sofferenza hai paura di provare? Cosa ti sta impedendo di fare questa paura?

Quali ferite della vita posso consegnare al Signore per farle risorgere?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

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