Passa al contenuto principale

Le grazie degli altri

commento di Lc 1,57-66.80, a cura di Francesca Carraro

Grazie
Photo by Arifur Rahman on Unsplash

Mi sono smarrita nel tuo bicchiere scambiandolo per mare, vago nel cerchio trasparente del tuo limite battendo i colpi della gioia, dunque la gioia è questo sangue che bussa ai polsi, questo amico dei rintocchi. Per chi suona?

Chandra Livia Candiani

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Lc 1,57-66.80)

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.

Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».

Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.


Mi lascio ispirare

La storia di Elisabetta e Zaccaria la conosciamo.

Qui, con il nome che – insieme – scelgono di dare al figlio tanto voluto, tanto atteso, la loro storia trova compimento: Giovanni, che in ebraico significa “dono, grazia di Dio”, ma anche “Dio ha esaudito, il Signore è misericordioso”.

Elisabetta è strumento, si fa prima corpo che accoglie e poi voce che testimonia e riconosce il dono grande che è Giovanni, non solo nella sua storia personale, né in quella della sua famiglia, ma in quella dell’intero popolo di Israele e dell’intera umanità.

Questa testimonianza, questo rallegrarsi, è contagioso e fruttifica nel cuore di chi sa cogliere e custodire anche le esperienze e le grazie: quella della propria vita, ma anche e soprattutto, quelle della vita degli altri. Ed è in grado di vedere l’opera di Dio dove altri vedono invece solo l’opera dell’uomo, o della fortuna.

Francesca Carraro


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

Di quali grazie altrui ho saputo gioire?

Quali hanno portato frutto anche nella mia vita?

Quali, invece, ho perduto?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

TAG | |