Al centro

Dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto.
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Lc 6,6-11)
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C'era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all'uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all'uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Mi lascio ispirare
La sinagoga è un luogo che raduna, un luogo dove si sta insieme. In particolare, il pio israelita frequenta la sinagoga il sabato, giorno consacrato al Signore.
Quel sabato vi si trovano insieme Gesù, un uomo dalla mano paralizzata, scribi e farisei, gli assidui frequentatori del luogo. Ma già dalle prime battute il luogo, più che radunare, divide. Scribi e farisei, i padroni di casa, non sembrano favorire l’integrazione di Gesù e dell’uomo con la mano paralizzata.
Da qui può sorgere un primo invito a guardare le nostre comunità e a come in esse favoriamo l’integrazione di chi si avvicina o di chi vive nel bisogno.
Poi Gesù scuote il luogo con un segno: lì, nel giorno di sabato, guarisce l’uomo, riordinando davanti alla comunità ciò che è importante davanti al Signore – la vita e l’operare il bene prima di tutto.
Resta sullo sfondo la vicenda dell’uomo, quasi usato dal racconto per veicolare il messaggio di Gesù, che possiamo immaginare conoscesse già quest’uomo e lo attendesse nei suoi bisogni anche in altri luoghi. Con un gesto forte, l’uomo – che non ha un nome, ma è riconosciuto dalla sua malattia – viene messo al centro. E proprio per il fatto di non essere chiamato per nome nel racconto viene esposto a partire dal suo limite. È un’esposizione non priva di una certa violenza, che serve principalmente a scuotere scribi e farisei, e sembra dirci come sia necessario riuscire a esporre i propri limiti per riacquistare una vita vera.
E rimane da gestire un delicato equilibrio: quello delle comunità, chiamate a integrare e a mettere al centro la vita, e quello personale di chi deve essere integrato – un equilibrio che solo una presenza profetica come quella di Gesù può forzare e accelerare.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Cosa mi aiuta a sentirmi parte di una comunità?
In che modo contribuisco a integrare chi sta più ai margini di un gruppo?
Come vivo lo stare al centro?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.