Grano sanguinante

In primavera le prime a spuntare erano le giunchiglie. Dopo aver gonfiato il terreno, quasi per una lievitazione misteriosa lustravano su coi getti a lama, ancora rigidi di gelo. I germogli delle rose invece erano rossi e teneri, come di carne. Poi era la volta delle primule e delle viole, nascoste nelle pieghe dei fossi. Indi via via le margherite dal cuore giallo tra le lunghe ciglia, i gigli con l’alba versata negli alti, bianchi calici, i papaveri sanguinanti che ferivano le bionde distese dei grani.
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Gv 6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Mi lascio ispirare
Oggi tutto è racchiuso nella cornice del grano: raccolto, macinato e impastato per diventare pane. Un pane presentato come vivo, che scende dal cielo, un pane che dà l’eternità.
Progressivamente Gesù ci conduce fuori dalla bottega del fornaio per ridare vita a quei chicchi. Non una vita di germogli e steli che sorgono dal seme che muore, bensì una vita fatta di carne, che si scopre poi imbevuta di sangue; come se il grano risorgesse in muscoli e ossa. Questo corpo in cui scorre la vita, Gesù lo presenta come «vero cibo» e «vera bevanda». È un’espressione alla quale forse ci siamo assuefatti nel contesto dell’eucaristia, che può però risultare incomprensibile se non ci permettiamo ulteriori passaggi.
Questo Vangelo, infatti, chiede di essere compreso attraverso un coinvolgimento sensoriale. Da un lato lo stare a contatto col mangiare, quello che ci occupa e ci sostiene quotidianamente attraverso i pezzi di creazione di cui ci nutriamo. Dall’altro c’è il “mangiare la carne e il sangue” che appartiene alla sfera degli affetti: quel desiderio dell’altro e della relazione che trova il suo culmine in alcune forme di intimità in cui il corpo si fa nutrimento, come il lattante che si nutre della madre, o come due innamorati che si consumano di baci.
Gesù vuole fare questo con noi, unire nell’eucaristia l’amore e il sacrificio, dinamiche che la vita e le relazioni ci mostrano in tanti modi. L’eucaristia è il desiderio che Cristo ha di nutrirci, un desiderio che attende a sua volta di essere desiderato per scoprire che è proprio quando nutriamo che generiamo.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Come mi fa sentire gustare la semplicità del pane?
Cosa mi spinge o mi impedisce di farmi accompagnare da Gesù, nel suo passare dal pane al suo corpo di carne e sangue?
Chi sono disposto a nutrire con qualcosa di me?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.