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La speranza è la conoscenza che il male che si porta in sé è finito, e che il minimo orientamento dell’anima verso il bene, fosse pure di un istante, ne abolisce un poco.
Simone Weil
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Lc 4,16-30)
In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi a proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Mi lascio ispirare
Gesù torna dove è nato e cresciuto. L’evangelista Luca non si sofferma sulle emozioni che avrà provato nel rivedere i luoghi della sua infanzia, il senso di familiarità che avrà sperimentato nel camminare lungo strade ben conosciute, ma non manca di ricordarci come le aspettative dettate dal proprio ego sono destinate a rimanere tali.
La prima scena è permeata di positività: Gesù proclama nella sinagoga un passo meraviglioso del profeta Isaia, l’annuncio più bello di Dio alle sue creature. Per tutti coloro che soffrono è finalmente giunto il momento della gioia, per chi è prigioniero è arrivata la liberazione, i polmoni dell’oppresso possono respirare aria fresca. Tuttavia è necessario avere un cuore aperto alla salvezza, che opera all’interno di noi stessi per mostrarne, poi, i frutti all’esterno. Questo forse è proprio il limite dei nazareni: si aspettavano che il “loro” profeta risolvesse tutto con una grande giocata: se tanti miracoli aveva compiuto a Cafarnao, a maggior ragione anche i suoi concittadini si meritavano di assistere a questo spettacolo. Tutti in questo mondo sperimentiamo la sofferenza, ma i modi di reagire sono principalmente due: c’è chi si ingegna per trovare a tutti i costi una soluzione rapida e immediata al problema e chi abbraccia quel dolore non avendo altre armi che la speranza in Dio.
Gesù avrà sicuramente sofferto di fronte alla durezza del cuore dei suoi concittadini: non c’è esperienza peggiore di sentirsi rifiutati proprio da chi ci conosce meglio, da coloro che dovrebbero accoglierci con gioia. Attingendo dal Tanakh propone loro tuttavia una preziosa chiave di lettura per interpretare l’accaduto. La vedova di Sarèpta e Naamàn il Siro sono infatti figura di tutti coloro che accettano con coraggio la propria condizione di sofferenza senza rinunciare alla speranza. Pur essendo giunti al limite della disperazione, hanno compreso che pretendere non è il verbo giusto per accogliere la salvezza.
Per evitare la follia dell’ego che, messa a tacere ogni occasione di salvezza ed eliminata ogni possibile cura, rimane schiavo di se stesso, occorre fidarsi dei gesti semplici, di quello che accade secondo i tempi di Dio e non secondo i nostri.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
In che modo chiedo a Dio di realizzare i miei progetti?
Quando ho sentito che la sofferenza mi ha permesso di incontrare Dio?
Cosa sto aspettando, fidandomi del Signore?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.
30
Agosto
2021
Senza rinunciare alla speranza
commento di Lc 4,16-30, a cura di Fabrizio Barbieri