Il dono di guardarsi dentro

È facile notare i difetti degli altri
ma ci vuole coraggio per guardare ai propri.
Come pula
vagli le altrui manchevolezze
e intanto nascondi le tue,
come un cacciatore furtivo
si nasconde alla preda.
Chi va sempre in cerca
dei difetti degli altri
moltiplica i propri vizi
e si allontana dalla libertà.
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Lc 9,7-9)
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
Mi lascio ispirare
Tutti dicono qualcosa, sanno qualcosa, Erode li sente e pare che lui soltanto non sappia cosa pensare. È facile riconoscersi in questa scena: è come se qualcosa di importante ci sfuggisse, come se restassimo indietro.
Da questa sensazione nasce una curiosità che vorrebbe sapere a tutti i costi. Ed è comprensibile: chi racconta ciò che ha vissuto si accende, si emoziona, si sente vivo, e condividere un’esperienza crea legame. Ma quella vitalità può diventare qualcosa che si cerca meramente per sé stessa. Allora la condivisione di un’esperienza può diventare condivisione di ciò che si pensa degli altri; non si narra più un fatto per custodirlo, ma per suscitare le reazioni degli altri, spesso a spese di qualcun’altro. Ecco il chiacchiericcio, il pettegolezzo: una condivisione che ha smarrito il suo oggetto e ha cominciato a nutrirsi delle persone.
C’è poi un’altra voce, dentro di noi, che osserva e giudica. Il giudizio non è di per sé un male, spesso scatta da solo e può essere un meccanismo prezioso poiché ci aiuta a restare sul nostro sentiero e a non perderci nei campi o su strade che non sono le nostre. Ma anche il giudizio può spingersi oltre i suoi confini. Comincia col riconoscere come meschino un atteggiamento per finire a condannare le persone. Ecco il moralismo. E purtroppo ha un prezzo: ci priva della bontà. A volte, se siamo onesti, quel giudizio serve soltanto a farci sentire migliori di qualcun’altro.
Ancora peggiore è il fatto che forse quello stesso giudizio che riserviamo agli altri è quello che riserviamo alle parti di noi che non accettiamo. Ciò che non abbiamo riconciliato dentro di noi inevitabilmente colora il modo in cui guardiamo le cose.
Pettegolezzo e moralismo sono due modi per restare occupati sugli altri invece di lasciarci toccare. C’è un’altra strada: guardarci dentro e restare davanti a questi moti, con i loro alti e bassi, senza fuggirli e senza esserne dominati. Se li ascoltiamo, possono diventare una guida.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Ripensando a quando mi sono sentito “rimasto indietro”, cos’ho fatto per colmare quel vuoto? Cosa mi ha lasciato dentro il colmare quel vuoto?
Richiamo alla memoria qualcuno che ho giudicato duramente, a voce o nel cuore. Cosa mi dava più fastidio di lei? C’è qualcosa in quel tratto che posso riconoscere anche in me? Che sentimenti mi dà quel giudizio?
Quando, in un incontro, in una parola, ho sentito di essere nel posto giusto? Cosa provavo?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.