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Il cuore: ricerca e strada

commento di Mt 16,13-20, a cura di

Foto di Thirdman su Pexels

Solo se ami la domanda, la risposta comincerà a sorgere in te, vera.

Ermes Ronchi

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Mt 16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».

Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.


Mi lascio ispirare

È facile vedere nella religione un sistema elaborato di risposte agli ancestrali interrogativi dell’uomo, ma a leggere il Vangelo si incontrano invece moltissime domande che è lo stesso Gesù a porre ad ogni discepolo di ieri e di oggi. Si noti come lui prende la questione fondamentale, cioè quella sulla sua identità, alla larga, partendo dal pensiero della gente sul Figlio dell’uomo, per poi passare alla domanda diretta: «e voi chi dite che io sia?». Ebbene: in fondo la nostra stessa vita dipende dalla risposta che diamo a questa domanda.

Rifiutare di porsi questo interrogativo significa implicitamente aver deciso di non prenderlo in considerazione. Dare una risposta convenzionale significa riproporre quello che altri hanno detto su di Lui, ma che non riguarda noi. Si tratta di dare la risposta frutto del cuore, del rapporto con Dio.

A ben guardare, Gesù lega la beatitudine di Pietro non al fatto che la risposta che lui dà sia corretta, ma al fatto che essa è il frutto di un rapporto con il Padre. Avere un rapporto col Padre regala beatitudine e ci incanala nel corretto rapporto con il Figlio dell’uomo.

Non si può evitare la domanda fondamentale «e voi chi dite che io sia?»: anche nel caso di conclamato ateismo urge una risposta; non ci si può sottrarre alla domanda perché significa dare una risposta implicita di rifiuto; non si può ripetere senza indagine ciò che altri, magari anche persone di rilievo, hanno detto. Ciò che conta è ciò che io credo di Lui dal cuore, o – se si preferisce – dal rapporto con il Padre.

Ecco, questa risposta squisitamente personale è quella che ha le sue conseguenze nella vita di ogni giorno, nelle scelte piccole e grandi, davanti agli imprevisti, ai torti subiti, davanti alle gioie vissute.

Piero Lamazza SJ


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

Da cosa posso dire che la persona di Gesù è, o meno, importante per me?

Che cosa aggiunge alla mia quotidianità la relazione col Signore?

Per amore verso di Lui, cosa sono disposto a perdere?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

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