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Le parole che servono

commento di Mt 6,7-15, a cura di Alessandro Di Mauro SJ

Foto di Shubham Pawar su Unsplash

È soltanto l'uso quello che conferisce alle parole un determinato significato.

Baruch Spinoza

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Mt 6,7-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».


Mi lascio ispirare

L’invito di Gesù a non sprecare le parole mi sembra sia legato non solo al modo di pregare ma anche all’uso che a volte facciamo della preghiera. In un’epoca in cui le grandi narrazioni sono state sostituite da slogan e narrazioni flash (si pensi al linguaggio dei social), la parola assume una valenza centrale: deve essere rapida, ricca di emotività, di significato immediato in modo che non necessiti di grande ragionamento per essere compresa.

Siamo tutti autori e lettori, i due ruoli si sono fusi: non c’è chi scrive e chi legge, tutti hanno la possibilità di dire la propria. Questo mette in luce il grande potere della parola, e quindi possiamo chiederci: cosa voglio fare di questo potere? Lo userò per ferire o per sollevare dalle sofferenze? Abbiamo una responsabilità nell’uso della parola – questo l’ha già detto Gesù tempo fa.

Le parole del Padre nostro quindi ci riportano alla centralità del nostro essere, siamo innanzitutto figli di un Padre: è grazie allo Spirito donatoci da Gesù che possiamo chiamare Dio papà. Ma ci ricordano che questo amore ricevuto non può restare solo per noi: se condiviso, rende più vicino il regno di Dio, fa che questa nostra vita sia migliore.

Per questo siamo chiamati a costruire relazioni che vengano vissute con la coscienza che potremmo essere feriti e che potremmo noi stessi recare disagi agli altri, in cui esser pronti a perdonare, relazioni che vanno oltre i danni subiti. Relazioni che in fondo sono l’unico modo che abbiamo per poterci rialzare dopo eventuali dolori che la vita ci potrà dare.

Non sprechiamo allora le parole; cerchiamo di usarle per generare amore, rispetto e per esaltare sempre l’altro.

Alessandro Di Mauro SJ


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

Come mi rivolgo a Dio Padre durante la giornata?

Quali parole mi hanno ferito nella vita?

Come posso fare in modo che le parole dette siano sempre veicolo di pace e amore?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

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