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Il co-mandamento definitivo

commento di Gv 15,12-17, a cura di Mounira Abdelhamid Serra

Foto di Jamie Street su Unsplash

Cara Teresa, mi dispiace di non essere a casa con te in questo momento...

Thiago Ávila

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Gv 15,12-17)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».


Mi lascio ispirare

C’è un punto in questo brano che spiazza, quasi disturba: non l’idea dell’amore, che ormai siamo abituati a consumare come parola logora, ma la misura dell’amore.

L’amore di cui parla Gesù non è sentimento, non è affinità, non è nemmeno reciprocità: è scelta, è atto, è consegna, è rivoluzione.

Il vertice non è un’emozione ma un gesto: dare la vita. Non necessariamente in senso eroico o spettacolare, ma nella quotidiana elargizione di sé, nel tempo dato, nell’attenzione che costa, nel restare quando sarebbe più semplice andarsene.

C’è un cambio di posizione esistenziale: si esce dalla condizione servile, si passa dall’esecuzione all’intima conoscenza. L’amico, colui che ama ed è amato, entra nel senso delle cose; non ci viene chiesta, cioè, un’adesione cieca, ma una relazione consapevole.

La libertà più alta coincide con un vincolo. Non un obbligo esterno, ma una responsabilità, una necessità intrinseca: se sei dentro questa relazione, non puoi non amare. Non perché devi, ma perché non puoi più fare altrimenti una volta scoperto con quanto amore, quanto rispetto e quanta fiducia sei guardato, sei voluto.

In un tempo in cui tutto sembra dipendere dalla nostra volontà, dalle nostre decisioni, qui viene detto che l’origine del senso è altrove. Siamo scelti prima di scegliere, chiamati prima di rispondere.

Questo è il fondamento della nostra libertà.

Portare frutto, allora, non è produrre risultati, ma rimanere dentro questa dinamica di amore ricevuto ed elargito: un frutto che “rimane”, che attraversa il tempo, che resiste, che continua a generare vita.

Mounira Abdelhamid Serra


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

In quali situazioni concrete oggi faccio più fatica ad amare “come Gesù”, cioè senza misura e senza calcolo?

Quale posizione adotto dinanzi a Dio?

Quale piccolo gesto concreto posso scegliere oggi per trasformare questo Vangelo in amore vissuto?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

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