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Siamo ricchi solo di ciò che sappiamo condividere.
Ermes Ronchi
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Mc 3,7-12)
In quel tempo, Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti, aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.
Mi lascio ispirare
Le genti convergono verso Gesù, una pressione schiacciante per via delle tante guarigioni. Una forza inarrestabile che purifica il popolo dai suoi mali fisici e spirituali. La grande tentazione: arrivare troppo presto a una definizione della persona del Signore.
La reale portata della sua presenza in mezzo al suo popolo, così come nella nostra vita di fede, passa per una relazione fatta di familiarità e quotidianità. Il secco comando di Gesù di non svelare prematuramente la sua identità entra in questa pedagogia fatta di una frequentazione reale, scevra da pregiudizi e da facili riduzioni della sua persona. Considerato solo come uno straordinario guaritore, la sua missione rischiava di essere strumentalizzata e banalizzata.
Oggi siamo chiamati a rivedere radicalmente il nostro modo di approcciarci a Gesù Cristo. La Parola oggi ci invita anche a riconsiderare il nostro modo di entrare in relazione con le persone che amiamo: accogliere davvero nella propria vita significa non accostarsi, in primo luogo, con richieste e bisogni da soddisfare. Probabilmente lo stesso Gesù nell’incontro con l’altro partiva da un ascolto che gli permetteva di chiedersi: “cosa posso fare per te, come posso consegnarti la mia vita?”. Tutto il contrario di come il popolo si accosta al Signore, le loro domande di fondo sono: “cosa puoi fare per me, cosa mi devi dare se vuoi che io ti prenda sul serio?”. Forse in questi due atteggiamenti di vita si condensa il senso profondo della parola conversione. Trasformare il nostro “cosa possa prendere?” in “come posso donarmi?”. Allentare la presa sulle cose e persone a cui chiediamo salvezza, per aprirci a una sapienza maggiore, perché, come afferma magnificamente Ermes Ronchi, «siamo ricchi solo di ciò che sappiamo condividere».
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Con quale atteggiamento ti relazioni alle persone che più ami? Pensi di aver capito tutto di loro?
Quando sei più propenso a pensare a ciò che le persone dovrebbero darti e quando invece ti viene più naturale chiederti cosa potresti offrire loro oggi?
Cosa genera nella tua vita vera condivisione e non semplice “comunella”?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.
22
Gennaio
2026
Come posso consegnarti la mia vita?
commento di Mc 3,7-12, a cura di Narciso Sunda SJ