
- Immagine generata con chatGPT
Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.
Viktor Frankl
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Lc 2,22-32)
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».
Mi lascio ispirare
Simeone è un uomo che attende. Ma non nel senso di chi resta fermo e passivo: è un uomo che vive aperto, fiducioso, convinto che la realtà porti in sé qualcosa di buono che deve ancora manifestarsi. La sua attesa è uno sguardo che crea spazio perché il bene possa accadere. Quando prende Gesù in braccio e lo benedice, un gesto ordinario diventa per lui e per la comunità un evento di salvezza. Simeone, con il suo sguardo e con la sua parola, contribuisce a rendere Gesù il Cristo che noi oggi riconosciamo come Figlio di Dio.
Simeone ci mostra che ciò che attendiamo plasma il mondo in cui viviamo. Se attendiamo il fallimento, il fallimento prende forma; se attendiamo il bene, apriamo spazio al bene. La sua attesa è una fiducia radicale nella possibilità del compimento. Come anziano, come saggio, non pretende di essere lui il protagonista: riconosce il compimento e lo consegna alla generazione successiva. In questo c’è una grande lezione sull’amore: amare significa non chiudere il futuro dentro il passato, non imporre all’altro ciò che abbiamo già visto, ma lasciare aperto il tempo perché la novità possa accadere.
Per questo Simeone può dire: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace». La sua vita è compiuta non perché ormai ha fatto tutto, ma perché ha intravisto la novità e l’ha consegnata. La nuova generazione ora ha un orizzonte entro il quale collocarsi, non un cammino già percorso. L’umano si compie nel generare le condizioni perché il bene possa accadere e nell’affidarlo alle generazioni successive, senza pretendere di possederlo.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Che cosa sto attendendo davvero nella mia vita, e in che modo questa attesa sta già plasmando il mondo che abito?
In quali ambiti tendo a chiudere il futuro dentro ciò che già conosco, invece di lasciare spazio alla novità che non controllo?
Che cosa sono chiamato a consegnare alle generazioni future senza pretendere di vederne il compimento?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.
2
Febbraio
2026
E tu, cosa (ti) aspetti?
commento di Lc 2,22-32, a cura di Flavio Emanuele Bottaro SJ