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Si fa presto a dire a un giovane: “Devi essere te stesso!”,
perché essere sé stessi è compito di tutta una vita,
un cammino di faticosa libertà.
Enzo Bianchi
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Mc 2,13-17)
In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Udito questo, Gesù disse loro: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Mi lascio ispirare
Spesso ci rassegniamo a fare qualcosa che non ci piace, che non tira fuori il meglio di noi, che non corrisponde alla nostra vera identità, al “chi siamo veramente” davanti a noi stessi e al Creatore. A Levi era successo così: ricco e insoddisfatto, invidiato, odiato e temuto senza essere sé stesso. Gesù salva la vita di Levi perché vede in lui ciò che nemmeno Levi riusciva a vedere e lo chiama, lo invita a tirare fuori il suo essere figlio amato che sta prima e più in profondità dell’essere un abile e preparato funzionario; essere sé stesso e vivere come tale vale molto più di mille ricchezze. È questione di dare voce all’identità e alla verità più profonde e radicali, quelle che ha messo Dio dentro di noi, abbiamo un nome dimenticato, sotterrato e Gesù lo fa riemergere.
Ecco perché Gesù mangia con i peccatori: perché sa che commettere peccato non è la nostra vera identità: siamo ben di più del nostro peccato. Curare i malati significa tirare fuori il nucleo profondo e indistruttibile di “buono, vero, bello” che sta dentro ciascuna creatura e la costituisce. Gesù “chiama”, evoca la bontà che ci costituisce e le permette di diventare azione, vita, amore.
I giusti, dal loro punto di vista, sono già al loro posto, non hanno bisogno di essere chiamati, appellati, liberati per essere i veri sé stessi: vanno bene così, la loro giustizia offre loro la propria verità, una verità esterna, alla quale dover continuamente adeguarsi ma che rischia di non aver nulla a che fare con la profondità del loro essere.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Quando ti capita di provare fastidio nei confronti di alcuni atteggiamenti di Gesù, come per esempio quello descritto nel Vangelo di oggi? Ti sei mai chiesto/a perché?
Il Levi che c’è in te: da quale immagine falsa di te hai bisogno di essere liberato/a?
In quali aspetti della tua vita, dei tuoi atteggiamenti e delle tue scelte, delle relazioni che vivi ti senti “al tuo posto”? Lasci entrare Gesù nel tuo sentirti giusto/a?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.
17
Gennaio
2026
È questione di fiducia…
commento di Mc 2,13-17, a cura di Andrea Piccolo SJ