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Affidati agli altri

commento di Lc 19,11-28, a cura di Leonardo Angius SJ

Foto di dimitrisvetsikas1969 su Pixabay

L’azione non nasce dal pensiero, ma dalla disponibilità alla responsabilità.

Dietrich Bonhoeffer

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Lc 19,11-28)

In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.

Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.

Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.

Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.

Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».

Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.


Mi lascio ispirare

A una prima lettura, ci si può sentire consolati solo se ci si riconosce in uno dei due servi premiati dal signore fatto re. Gesù è come questo re: riconosce i miei talenti e la mia capacità di gestione, mi valorizza e si fida di me. Se lo si legge dalla parte del terzo servo però la situazione cambia considerevolmente: l’atteggiamento diventa molto esigente e punitivo. Non c’è seconda possibilità, ti sei giocato la tua chance e te la sei giocata male. Fuori!

Il re della parabola, che nel racconto di Luca prelude a Gesù che poco dopo entra a Gerusalemme accolto come un re, sarebbe quindi rappresentato come un imprenditore spregiudicato: il manager brillante lo premio e gli do ancora più responsabilità, in modo che difenda i miei interessi. Quello scarso lo caccio, perché non mi serve a nulla.

Può cambiare la prospettiva se ci si immagina un preside che ha tre palloni e ne dà uno a ogni maestro con il compito di far giocare e coinvolgere più bambini possibili. Due maestri riescono a far giocare uno cinque e l’altro dieci bambini. Il terzo maestro mette il pallone nell’armadio per paura che il pallone si buchi e i bambini si facciano male, lasciando i bambini da soli in cortile.

Ai primi due, il maestro darà più classi possibile, perché questo gli garantisce che i bambini giocheranno e quei maestri sapranno come fare. Il terzo dovrà fare altro, non perché sia cattivo, ma perché non è entrato nella logica del preside: quella di prendersi cura dei bimbi. La logica del potere per Gesù non è economica né remunerativa, è la cura e la responsabilità di ciò che ti è affidato. E quelle città siamo noi. Siamo i servi e le città allo stesso tempo, affidàti gli uni agli altri.

Leonardo Angius SJ


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

In che luogo della tua vita senti che i tuoi talenti e il tuo coraggio trovano modo di esprimersi nel servizio?

Quando è capitato anche a te, come al terzo servo, di avere un’immagine di Dio come di un padrone esigente da compiacere e soddisfare?

In cosa sperimenti come il potere su cose e persone è una chiamata di Dio alla cura e alla responsabilità? Degli altri su di te o tuo sugli altri?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

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