Nel paradosso, la verità

Questo tipo di felicità è altamente infelice. L’italiano medio, a mio avviso, si è riconosciuto nell’infelicità di Fantozzi. È uno che rinuncia a tutto, ma non a una cosa: a vivere, a vivere in una società che lui capisce sia invivibile, lucidissimo, non è tonto. Lucidamente sa che ogni suo tentativo finirà in una catastrofe, però comunque continuerà disperatamente col sorriso sulle labbra a correre di catastrofe in catastrofe, perché non ha altra scelta, vivere comunque, sopravvivere, in effetti.
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Mt 5, 1-12)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Mi lascio ispirare
Seguo Gesù che esce dalla folla e sale al monte. Lo ascolto proporre un’idea di felicità che mi fa sentire subito provocato. Tutti mi dicono come stare meglio e fare le scelte giuste: sembra impossibile, inaccettabile non stare bene. Se non sto bene, mi vedo sbagliato, inadatto e incapace di trovare la felicità. Talvolta credo di aver capito come ricercare questa pienezza, ma nel farlo è come se me ne dimenticassi. Gesù mi prende per mano e mi porta a cercarla dove non mi aspetterei, cioè guardando la vita con l’occhio delle debolezze. Mi dice che sono beato non nonostante le mie povertà o il mio dolore. Non mi fa un elenco di cose da fare, ma mi dice come essere, come guardare le mie ferite.
Riconoscermi povero in spirito – e non in ricchezza materiale, e nemmeno in spiritualità, come pensavo – comporta ammettere che mi manca qualcosa e devo sempre cercarla, che non mi salvo da solo. Questo fa nascere in me gratitudine, perché convengo che quel che arriva è un dono e non è scontato.
Percepirmi afflitto significa vedermi a volte costretto a soffrire, ma in questa sofferenza c’è vita e io posso amare, a partire dal non aver paura di mostrarmi fragile, così anche il dolore può diventare occasione di incontro. Scoprirmi misericordioso mi aiuta a stare vicino all’infelicità dell’altro; anche quando penso di aver ragione, mi spinge a fare un passo in più verso l’altro per primo.
Allora mi chiedo: perché dimentico quel sentirmi beato? Perché è un cammino che dura tutta la vita. E allora zaino in spalla, perché la ricompensa è grande: la beatitudine, una soddisfazione piena e costante. Posso rallegrarmi ed esultare, perché le cose che mi rendono felice non mi abbandonano mai. Anche se non capisco tutto, nei paradossi delle beatitudini intuisco della verità: in questi opposti Gesù mi mostra il bello di atteggiamenti che non danno né ricchezza né successo, non danno da mangiare né un tetto, eppure mi fanno sentire sazio, e mai al freddo.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Quali vulnerabilità mi sento chiamata/o ad abitare?
Quale beatitudine ha parlato di più al mio cuore?
Cosa mi fa dimenticare di essere beata/o?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.