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Ogni volta che pensi che il problema sia là fuori, quel pensiero è il problema.
Byron Katie
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Lc 6,39-45)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
Mi lascio ispirare
Noi esseri umani impariamo a stare al mondo interagendo con gli altri, specialmente con le figure di riferimento che ci accudiscono. La dimensione relazionale è lo spazio in cui ci appropriamo della nostra umanità. Fin dall’infanzia, osserviamo e riproduciamo comportamenti e modi di fare che, intrecciandosi con i nostri bisogni, plasmano i nostri desideri, i nostri modelli di pensiero, il nostro modo di concepire la vita e, di conseguenza, il nostro modo di amare.
Giudicare la realtà intorno a noi è un processo inevitabile: è il modo in cui interiorizziamo le informazioni e le organizziamo dentro di noi. Ogni giudizio nasce da un confronto tra il nostro mondo interiore e ciò che accade fuori. Quando giudichiamo qualcuno, non stiamo solo dicendo qualcosa su di lui, ma stiamo anche rivelando molto di noi stessi. Spesso, ciò che critichiamo negli altri è in realtà una parte di noi che non vogliamo vedere e riconoscere.
A poco serve dichiarare che quello che stiamo vedendo dell’altro è “oggettivo”. Appellandoci all’oggettività stiamo dichiarando che quello che vediamo non riguarda il nostro modo di guardare, bensì riguarda solo l’esterno. Riveliamo così la nostra cecità all’altro. C’è qualcosa che non vogliamo vedere di noi, che non ci piace e che proiettiamo all’esterno. Più tentiamo di ignorarla, più l’ombra agisce nell’oscurità, emergendo attraverso proiezioni e giudizi severi sugli altri.
L’altro non è solo il bersaglio del nostro giudizio, ma anche uno specchio che ci permette di vedere ciò che da soli non saremmo capaci di riconoscere. Quando giudichiamo, abbiamo l’opportunità di interrogarci su noi stessi, di comprendere cosa quel giudizio sta rivelando di noi. La sfida è smettere di puntare il dito e orientare l’attenzione all’interno. Alla fine, è la relazione che ci salva. Non possiamo proprio salvarci da soli.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Quali modelli di giudizio o desiderio ho inconsciamente assorbito dagli altri?
Cosa fa scattare il mio giudizio sugli altri?
Se mi guardassi con lo stesso giudizio con cui guardo l’altro cosa vedrei di me?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.
2
Marzo
2025
Il giudizio che salva
commento di Lc 6,39-45, a cura di Flavio Emanuele Bottaro SJ