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Dunque c’è la luce
e ogni foglia è attaccata al ramo
con esatto amore
e ogni foglia in orario
lascia il ramo
con audace resa
e ogni uscire dalla soglia
del corpo è ricevuto
con unanime benvenuto
da quella scienza della gioia
che proprio ora proprio qui
riempie il foglio di ghirigori
per dirti che dunque
la luce c’è.
Chandra Livia Candiani, Per mia sorella C.
Mi preparo
Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore
Entro nel testo (Lc 7,11-17)
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”. Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Mi lascio ispirare
La scena dell’arrivo di Gesù a Nain è dominata da un ragazzo morto e dal corteo funebre che lo porta fuori dalla città: Gesù – la vita – entra; la morte esce, porta fuori dalle relazioni, rende estranei.
L’evangelista sottolinea che l’attenzione di Gesù non è attratta dalla centralità del feretro e del corteo, ma che il suo sguardo si posa sulla mamma che piange il suo figlio unico: una donna completamente privata delle relazioni affettive più importanti e significative, quella con il marito e ora quella con il figlio. Si trova stretta in un vicolo cieco: la morte sembra averle preso tutto, compresa la speranza di poter ricominciare, di vivere un futuro di amore, di pienezza, di felicità… La donna piange il “non amore” in cui si sente prigioniera.
Quando Gesù prova compassione (“patisce assieme”) fa vibrare sulla stessa lunghezza d’onda i nostri dolori, le sofferenze, le disperazioni, le prigionie, le nostre fatiche e la vita eterna di cui è portatore e signore: avvicina e trasmette la vita del Creatore, dell’Albero della vita dell’Eden alla nostra umanità ferita, tramortita, colpita a morte.
«Alzati!»: il verbo della risurrezione, della vita ridonata, della relazione resa ancora possibile, dell’affetto scongelato, del perdono rigenerante, della generatività, dell’autodonazione.
Il ragazzo morto è restituito alla madre (non alla città): è rimesso in relazione di amore e di cura, cioè ricostituito e rifondato come persona umana. Assieme al figlio rivive anche la madre, di nuovo generativa, amante-amata.
Sì, quando questo avviene, Dio rivisita veramente il suo popolo.
Immagino
Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.
Rifletto sulle domande
Su quali aspetti della vita, anche inconsapevolmente, mi viene spontaneo fissare la mia attenzione?
Nel brano la madre vive un pianto muto: quando piango, il mio pianto che sapore ha?
Gesù “patisce assieme” alla madre viva e sofferente (e non al ragazzo morto): cosa significa questo per te?
Ringrazio
Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.
17
Settembre
2024
Stessa lunghezza d’onda
commento di Lc 7,11-17, a cura di Andrea Piccolo SJ