Passa al contenuto principale

Seminati o seminatori?

commento di Mt 13,1-9, a cura di Francesca Carraro

Seminare
Ph. Stefania Pacilli

Mi ricevi come il vento la vela. Ti ricevo come il solco il seme.

Pablo Neruda

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore


Entro nel testo (Mt 13,1-9)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».


Mi lascio ispirare

Difficile non pensarsi seminatori: ci troviamo spesso a contare i semi che abbiamo in mano, prestando attenzione a dove li lasciamo cadere, aspettando con bramosia che diano frutto. Quanta delusione e quanta frustrazione quando i nostri semi, il nostro lavoro, la nostra fatica non ripagano, non crescono come, dove e quando vorremmo, e ci convinciamo che il seme non sia abbastanza buono, che non ci siamo dati abbastanza da fare, che siamo seminatori mediocri, mentre non ci accorgiamo di camminare su un terreno arido e sterile.

Gesù oggi ci porta a considerare una diversa prospettiva. Se fossimo noi i luoghi seminati e non i seminatori? Se fossimo noi, la terra? Se fossimo noi il terreno solcato, arato, coltivato?
Non è il Padre delle cose facili, frettolose e superficiali quello che ci fa conoscere Gesù. Non è neppure il Padre delle “cose fatte e compiute”. È invece un Padre seminatore, paziente, perseverante, che non ha fretta, instancabile, che non si cura di sprecare i propri semi, non li conta. Esce (perché non si semina nei luoghi riparati e chiusi), solcando il nostro terreno più e più volte, continuando a lasciare cadere tra le dita delle mani semi di ogni tipo, a volte minuscoli, quasi impercettibili.

Allora quello che siamo chiamati a fare noi non è tanto contare i semi, calcolare dove farli cadere, ma prenderci cura quanto più possibile del terreno e farne un giardino. Togliere le erbacce che sono cresciute, una ad una, levare i sassi e tutti gli intralci, fare spazio, dare acqua, proteggere dal troppo sole.

Solo il terreno che sa accogliere è terreno che, a sua volta, darà frutto.
Oggi la buona notizia è che, se siamo capaci di essere terreno fertile e fargli spazio, fosse anche una crepa in mezzo all’asfalto, il seme cadrà, il frutto non mancherà e sarà abbondante. La garanzia è che il seme ce lo mette Lui.

Francesca Carraro


Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.


Rifletto sulle domande

Quali sono i terreni nel nostro quotidiano che in questo momento sentiamo più aridi? Quali le erbacce che abbiamo lasciato crescere?

Di quale acqua ho bisogno per irrigare il terreno?

Osservo bene attorno a me, le persone, le relazioni di cui mi sono preso cura: quali frutti riesco a vedere e cogliere?


Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi...
Recito un "Padre nostro" per congedarmi e uscire dalla preghiera.

TAG | | |